Una grande mente come quella di Antonio Gramsci ci illumina di molti punti oscuri riguardo l’essere colti nei tempi attuali.
Spesso associamo a una figura professionale e non (un giornalista, un insegnante, un avvocato, un personaggio di rilievo, chi viaggia all’estero per lavoro o per svago, etc,…) l’idea di avere dinanzi una persona colta per via del suo lavoro o abitudini quotidiane.
Forse forse non è così.
Antonio Gramsci, vissuto in uno dei più turbolenti periodi della storia europea e italiana, ci dice poche cose ma essenziali riguardo il tema che trattiamo oggi.
“Nacque nel 1891 ad Ales, in Sardegna (Italy), e morì a Roma nel 1937, a soli 46 anni. La sua vita attraversò eventi fondamentali: l’Italia liberale di fine Ottocento e inizio Novecento, l’industrializzazione e le grandi lotte operaie, la Prima guerra mondiale (1914-1918), la Rivoluzione russa del 1917, il Biennio Rosso italiano del 1919-1920, la nascita del Partito Comunista d’Italia nel 1921, di cui Gramsci fu tra i fondatori, e soprattutto l’ascesa del fascismo di Benito Mussolini.
Gramsci fu anche deputato al Parlamento italiano. Nonostante l’immunità parlamentare, nel novembre 1926 venne arrestato dal regime fascista. Nel 1928 fu condannato dal Tribunale speciale a oltre vent’anni di carcere.
È proprio durante la lunga detenzione, soprattutto tra il 1929 e il 1935, che scrisse gran parte dei suoi celebri Quaderni del carcere: migliaia di pagine di riflessioni sulla cultura, sull’educazione, sugli intellettuali, sulla politica e sul modo in cui una società costruisce consenso.

Questo contesto è essenziale per capire il discorso che facevamo prima: Gramsci riflette sull’educazione in un’epoca in cui l’accesso alla cultura era profondamente legato alla classe sociale. Per lui permettere alle persone comuni di acquisire una vera formazione culturale significava dare loro non semplicemente un mestiere, ma gli strumenti per comprendere la società e parteciparvi consapevolmente” (fonte web)
Per questo è particolarmente interessante confrontarlo con il presente: Gramsci viveva in un mondo nel quale il problema era soprattutto l’accesso alla conoscenza.
Noi viviamo oggi in un mondo nel quale la conoscenza è abbondante grazie alla tecnologia a portata di tutti, ma il problema al contrario.
È un po come quando c’è troppa luce: il rischio è di rimanere accecati…
Essere informati non significa sapere molte cose, mentre essere colti è diverso!
La conoscenza richiede poco. Paradossalmente.
Saperla selezionare.
Saperla comprendere.
Saperne creare connessioni.
E, senza alcun dubbio, valutare criticamente.
Voi che ne dite?

(Immagini generate da A.I.)
Redazione
——- english 🇬🇧 version ——-
Being informed does not mean knowing many things, whereas being cultured is different
A great mind like that of Antonio Gramsci sheds light on many obscure aspects of what it means to be cultured in the present day.
We often associate certain professional and non-professional roles—such as journalists, teachers, lawyers, prominent figures, or those who travel abroad for work—with the image of a cultured individual, owing to the nature of their work or daily habits.
Perhaps that is not the case. Antonio Gramsci, who lived through one of the most turbulent periods in European and Italian history, offers us a few essential insights into the topic we are discussing today.
“He was born in 1891 in Ales, Sardinia (Italy) and died in Rome in 1937, at the age of just 46. His life spanned pivotal events: Liberal Italy at the turn of the 20th century, industrialization and major labor struggles, World War I (1914–1918), the Russian Revolution of 1917, the Italian *Biennio Rosso* (Two Red Years) of 1919–1920, the founding of the Communist Party of Italy in 1921—of which Gramsci was a co-founder—and, above all, the rise of Benito Mussolini’s Fascism. It was precisely during his long imprisonment—especially between 1929 and 1935—that he wrote the greater part of his famous *Prison Notebooks*: thousands of pages of reflections on culture, education, intellectuals, politics, and the way a society constructs consensus. This context is essential for understanding the point we were discussing earlier: Gramsci reflects on education at a time when access to culture was deeply linked to social class. For him, enabling ordinary people to acquire a genuine cultural education meant providing them not merely with a trade, but with the tools to understand society and participate in it consciously” (web source)
For this reason, it is particularly interesting to compare it with the present: Gramsci lived in a world where the primary issue was access to knowledge.
We live today in a world where knowledge is abundant, yet the problem is the opposite.
Knowledge requires little—paradoxically. Knowing how to select it. Knowing how to understand it. And, without a doubt, how to evaluate it critically. What do you think?